26 Settembre 2013

Tre donne, una sfida

By admin

Pubblichiamo il resoconto, a cura di Lubna Gemey, della serata di presentazione del libro di Marisa Paolucci “Tre donne, una sfida”

 

La sera del 9 luglio, proprio la sera prima dell’inizio del Ramadan, nel cortile della villa Visconti d’Aragona Marisa Paolucci racconta al pubblico il suo libro, Tre donne, una sfida. Si tratta di un libro che raccoglie tre interviste effettuate dalla giornalista di Nigrizia a tre donne di religione islamica. All’incontro partecipano anche l’assessore alla cultura del Comune di Sesto, il Cespi e l’associazione Da donna a donna. Tra il pubblico non ci sono solo gli italiani interessati al tema del rapporto tra donne e Islam, ma c’è anche il console cubano Eduardo Vidal Chirino, il quale era già lì per una mostra di quadri di una pittrice connazionale, ma decide di rimanere per assistere comunque all’incontro. E questo perché le sfide che le donne devono affrontare tutti i giorni sono comuni in molti paesi del mondo intero.

E così, la Paolucci inizia a raccontare la sua esperienza. Racconta del centralino del Numero Rosa di Roma che aiutava ogni giorno le donne in difficoltà che chiedevano aiuto, degli incontri costruttivi che avvenivano tra liceali e donne provenienti da diverse nazioni, del centro accoglienza. Centralino “che aiutava” e incontri “che avvenivano” perché, come purtroppo spesso accade nel nostro paese, i fondi sono stati tagliati e di conseguenza i progetti sono stati interrotti. Tuttavia, la giornalista ha deciso di selezionare tre tra le varie interviste fatte alle donne ospiti e di crearne un libro. La prima che narra è quella con la prima donna parlamentare africana, la sudanese Fatima Ahmed Ibrahim. La Paolucci spiega come questa donna abbia sofferto, come suo marito l’abbia sempre sostenuta e soprattutto come la donna abbia sempre e comunque rispettato gli usi e i costumi sudanesi, chiedendo solo che venissero riconosciuti i diritti femminili essenziali, senza mai contestare la religione islamica. In seguito, narra la storia di Shirin Ebadi, prima donna iraniana Premio Nobel. Una delle pochissime donne giudice nel paese, si vide mutare il suo ruolo nella giustizia per un assurdo decreto dopo la Rivoluzione del ‘79 che vietò alle donne di praticare la professione di giudice, diventando così avvocato. Tormentata dalle autorità iraniane per il semplice fatto di aver difeso un giovane manifestante, si vide costretta a vivere in Spagna e incapace di rientrare nel suo paese di origine perché rischia la prigione per non aver pagato “la tassa sul Premio Nobel”. La terza protagonista, la più giovane delle tre, è l’afgana Malalai Joya, primo deputato donna al parlamento afgano. La parlamentare ha avuto il coraggio, durante la sua prima seduta, di accusare faccia a faccia i signori della guerra responsabili di tanti soprusi che sedevano in parlamento, suscitando così uno scandalo.
Ma che cosa hanno in comune queste tre donne, di nazioni diverse e di generazioni diverse oltre alla fede religiosa? Sono donne che hanno voluto affrontare la stessa sfida: lottare apertamente per far ottenere alle proprie connazionali i diritti fondamentali che vengono loro negati non dalla religione, bensì da autorità maschili e maschiliste. Le protagoniste del libro, infatti, si chiedono come mai divieti non sanciti dal Corano, ma creati a piacimento e per comodità da autorità che non rispettano minimamente i diritti umani, debbano impedire alle donne di vivere in maniera degna. Hanno iniziato così fin da giovani a combattere pacificamente e nella legalità per veder riconosciuti diritti intransigibili, dovendo però subire minacce all’incolumità propria e dei propri familiari e diventando delle volte oggetti di scandalo. Ciononostante, sono considerate eroine che hanno aperto la strada a possibili lotte e sfide future.

Lubna Gemey